I mortali della casa- Charles Dickens


 La casa dei fantasmi

I mortali della casa


Charles Dickens




Non c'era nessuna delle circostanze che in genere riteniamo annunciatrici di apparizioni spettrali né lo scenario intorno a me aveva niente di convenzionalmente spettrale, quando per la prima volta incontrai la casa che è il soggetto di questo racconto di Natale, pioggia, lampi, tuoni né nessuna circostanza terrificante o insolita ad accrescerne l'effetto. Di più: ero arrivato fin lì direttamente da una stazione ferroviaria; la casa non era lontana più di un miglio dalla stazione e mentre mi soffermavo all'esterno, osservando la strada dalla quale ero venuto, potevo vedere i treni merci scivolare dolcemente lungo i binari della ferrovia giù nella valle. Non voglio dire che tutto fosse assolutamente banale, poiché dubito che qualcosa lo sia, tranne per le persone assolutamente banali; mi assumerò anzi la responsabilità di affermare che chiunque poteva vedere la casa come io la vidi, in un qualsiasi bel mattino d'autunno. Il caso volle che il nostro incontro avvenisse così.

Illustrazione di Nestor Redondo da Secrets of Haunted House n° 3, 1975



 Ero in viaggio per Londra, proveniente dal nord, e volevo fermarmi durante il tragitto per dare un'occhiata alla casa. La salute mi obbligava a un temporaneo soggiorno in campagna; un mio amico che ne era al corrente, e al quale era capitato di passare davanti alla casa, mi aveva scritto per raccomandarmela come un posto adatto. Ero salito sul treno di mezzanotte, mi ero addormentatomi ero svegliato ed ero rimasto seduto guardando fuori del finestrino le luci del nord scintillanti nel cielo, mi ero riaddormentato e poi risvegliato per accorgermi che la notte era ormai passata, con la solita infelice convinzione di non aver per nulla dormito; cosa sulla quale,nello stato di idiozia in cui mi trovavo sul momento, credo e provo vergogna a dirlo, che avrei scommesso la testa con l'uomo che mi sedeva di fronte. Costui - come puntualmente succede a chi ti siede di fronte durante la notte aveva dato prova di possedere un numero spropositato di gambe e tutte troppo lunghe. Oltre a quella disdicevole condotta (benché fosse non più di quanto c'era da aspettarsi da lui) l'uomo aveva ostentato una matita e un taccuino ed era stato continuamente assorto ad ascoltare e prendere appunti. Mi era parso che quei fastidiosi appunti avessero a che fare con i sobbalzi e gli scossoni dello scompartimento e mi sarei rassegnato al fatto che ne prendesse nota, in base alla vaga ipotesi che quell'uomo fosse nel ramo dell'ingegneria civile, se non avesse guardato fisso, seduto com'era, proprio al di sopra della mia testa ogni volta che restava in ascolto. Era un tipo dagli occhi sporgenti e dall'aria perplessa, e il suo contegno diventò insopportabile.
Era un mattino freddo e spento (il sole non si era ancora alzato); dopo aver visto man mano svanire i fuochi della regione del ferro e la cortina di denso fumo sospesa insieme tra me e le stelle e tra me e il giorno, mi rivolsi al mio compagno di viaggio e dissi: - Vi chiedo scusa, signore, ma notate qualcosa di particolare in me? -.
Poiché, ve lo garantisco, quel tale sembrava prendere appunti sul mio berretto o sui miei capelli con una minuziosità che era sfacciataggine bella e buona.
Il tipo dagli occhi sporgenti distolse lo sguardo da quel punto alle mie spalle, come se il fondo dello scompartimento si trovasse cento miglia lontano da lì, e con un altezzoso sguardo di compassione per la mia nullità disse: - In voi, signore?... B.
- B signore? - dissi io, in tono più acceso.
- Non ho nessun interesse per voi, signore - ribatté - vi prego, permettetemi di ascoltare... O.
Pronunciò questa vocale dopo una pausa e ne prese nota.
Dapprima mi allarmai, poiché trovarsi con un pazzo a tutto vapore senza poter comunicare con il capotreno è un affare serio. Mi confortò il pensiero che costui potesse essere quel che comunemente si dice uno Spiritista: di quella setta cioè per i cui affiliati (non tutti) nutro il massimo rispetto, ma ai quali non do nessun credito.
Stavo per chiederglielo quando mi spense le parole in bocca.
- Vorrete scusarmi - disse l'uomo sdegnosamente - se mi trovo troppo al di sopra dei comuni mortali per darmene la benché minima pena. Ho passato la notte - come per la verità trascorro attualmente il mio tempo - in contatto con gli spiriti.
- Oh! - dissi io, un po' stizzito.
- I colloqui di questa notte – continuò, sfogliando parecchie pagine del suo taccuino - sono iniziati con questo messaggio: "Chi va con lo zoppo impara a zoppicare".
- Giusto - dissi io - ma è proprio una novità?
- E' una novità sentirlo dagli spiriti - ribatté.
Fui solo capace di ripetere il mio "Oh!" al quanto stizzito e chiedere se mi era concesso l'onore di conoscere l'ultima comunicazione.
- "Meglio un uovo oggi - disse quello leggendo con grande solennità la sua ultima annotazione - che una papera domani".
- Completamente d'accordo - dissi io - ma non dovrebbe essere "gallina"?
- A me è arrivato "papera" - ribatté.
In seguito costui mi informò che lo spirito di Socrate, durante la notte, aveva fornito questa straordinaria rivelazione. “"Amico mio, spero stiate abbastanza bene. Siete in due nello scompartimento. Come va?'' Non potete vederli, ma ci sono diciassettemilaquattrocentosettantanove spiriti qui. C'è Pitagora. Non ha la facoltà di dirvelo, ma spera che il viaggio sia di vostro gradimento. Anche Galileo con la sua intelligenza scientifica era venuto a farci visita. "Lieto di incontrarvi, amico'' "Come state?" - ''L'acqua congela quando è fredda al punto giusto.'' "Addio!"”.
Durante la notte, inoltre, c'erano stati i seguenti fenomeni. L'arcivescovo Butler aveva insistito che la scrittura del suo nome era "Bubler" e per questa offesa all'ortografia e alle buone maniere era stato congedato in quanto fuori tono. John Milton (sospetto di mistificazione intenzionale) aveva ripudiato la paternità de "Il paradiso perduto" e come autori congiunti del poema aveva indicato due sconosciuti che rispondevano rispettivamente ai nomi di Grungers e Scadgingtone. E il principe Arturo, nipote di re Giovanni d'Inghilterra, aveva raccontato di passarsela discretamente bene giù al settimo cerchio, dove stava imparando a dipingere sul velluto sotto la guida della signora Trimmer e di Maria regina di Scozia.
Se queste pagine dovessero cadere sotto gli occhi di colui che mi concesse l'onore di accedere a simili rivelazioni, confido che egli vorrà scusarmi se confesso che la vista del sorgere del solee la contemplazione del magnifico ordine del vasto universo, me le rese tanto insopportabili: che fui infinitamente felice di scendere alla stazione successiva e di scambiare nuvole e vapori con l'aria fresca del cielo.
A quell'ora il mattino era splendido. Mentre mi allontanavo camminando sulle foglie già cadute dagli alberi dorati, marroni e rossastri e osservavo intorno a me le meraviglie del creato, considerando le leggi solide immutabili e armoniose che le governano, il contatto con gli spiriti di quel tipo mi sembrò il più mediocre passatempo di questo mondo. In questa scettica disposizione d'animo arrivai in vista della casa e mi fermai a esaminarla con attenzione.
Era una casa solitaria, che sorgeva all'interno di un giardino tristemente trascurato, un quadrato quasi perfetto di circa dieci acri. Era più o meno dell'epoca di Giorgio Secondo: altera, fredda, formale e di cattivo gusto, proprio come potrebbe desiderarla un fedele ammiratore dell'intero quartetto dei Giorgi. Era disabitata, ma da uno o due anni era stata restaurata alla meglio per renderla abitabile; dico alla meglio perché il lavoro era stato eseguito in modo superficiale; quanto alla vernice e all'intona, cosi stavano già deteriorando sebbene i colori fossero vivaci. Sul muro del giardino, inclinato da un lato, un cartello annunciava che la casa era "in affitto a condizioni molto vantaggiose, ben ammobiliata". Era troppo soffocata e ombreggiata dagli alberi; in particolare da sei grossi pioppi davanti alle finestre della facciata: la loro malinconia era eccessiva e la scelta della loro posizione era stata proprio inopportuna.
Facile capire che era una casa evitata; una casa dalla quale il villaggio, verso il mio sguardo fu guidato dalla cuspide di una chiesa un mezzo miglio più in là, si teneva alla larga; una casa che nessuno avrebbe preso in affitto. E l'ovvia conclusione era che aveva fama di essere infestata dai fantasmi.
Nessun momento nelle ventiquattro ore del giorno e della notte è per me così solenne come il mattino di buon'ora. D'estate, mi alzo spesso molto presto, mi ritiro nella mia stanza per sbrigare prima di colazione il lavoro del giorno e sono sempre colpito, in quei momenti, dalla quiete e dalla solitudine che mi circonda. C'è inoltre qualcosa di terribile nell'essere circondati dai volti addormentati dei nostri familiari, nel sapere che coloro che di più amiamo e dai quali siamo amati di più sono profondamente inconsapevoli di noi, in uno stato di impassibilità che prelude alla misteriosa condizione verso la quale tutti tendiamo: la vita interrotta, i fili di ieri tagliati, la sedia vuota, il libro chiuso, il lavoro lasciato a metà sono tutte immagini di morte. La tranquillità dell'ora è la tranquillità della morte. Il colore e il freddo si associano allo stesso modo. Perfino quella certa apparenza che gli oggetti familiari della casa assumono, nei primi momenti in cui emergono dalle ombre della notte alle luci del mattino, di essere più nuovi, nuovi come lo erano tanto tempo prima, ha come controparte il distendersi, nella morte del viso consumato della maturità o della vecchiaia nell'antica apparenza della gioventù. Fu in quest'ora, inoltre, che una volta ebbi l'apparizione di mio padre. Era vivo e vegeto e niente accadde, e lo vidi però alla luce del giorno, seduto di spalle su una sedia vicino al mio letto. Aveva il capo piegato su una mano e se stesse schiacciando un sonnellino o se fosse triste, io non riuscii a distinguerlo. Stupito di vederlo lì, saltai su seduto, cambiai posizione, mi sporsi dal letto e lo guardai. Dato che non si muoveva, per più di una volta gli rivolsi la parola. E siccome neppure allora si mosse, mi spaventai e gli posai una mano sulle spalle - così pensavo - ma non c'era nulla, lì.
Per tutti questi motivi e per molti altri meno facilmente e sinteticamente definibili, mi pare che il mattino presto sia l'ora per me più propizia agli spiriti. Di buon mattino, qualsiasi casa è più o meno infestata, secondo me; e una casa infestata difficilmente riuscirebbe a impressionarmi di più che a quell'ora.
Mi inoltrai nel villaggio, con la desolazione di quella casa in mente e trovai il padrone della piccola locanda in piedi sulla porta.
Ordinai la colazione e cominciai a parlare della casa.
- Ci sono i fantasmi? - chiesi.
Il locandiere mi guardò, scosse la testa e rispose: - Io non ne so niente.
- Allora, ci sono o no i fantasmi?
- Ebbene - esclamò il locandiere in un accesso di sincerità che aveva l'aria della disperazione - io non ci dormirei.
- Perché no?
- Se volessi che tutti i campanelli di una casa si mettessero a suonare, senza nessuno a suonarli; che tutte le porte di una casa si mettessero a sbattere, senza nessuno a sbatterle; e che tanti e tanti piedi si mettessero a scalpicciare, senza piedi di nessun tipo... behallora - disse il locandiere -dormirei in quella casa.
- Si è visto qualcosa?
Il locandiere mi guardò di nuovo e poi, con quell'aria di disperazione di poco prima, chiamò giù in direzione delle stalle: - Ikey!
A quel richiamo apparve un giovane lungagnone con una faccia tonda e rossastra, capelli a spazzola biondo sabbia, una bocca larga e ilare, un naso all'insù e un ampio gilé con le maniche a strisce color porpora e bottoni di madreperla che sembrava crescergli addosso e che se non fosse stato sfrontato avrebbe certamente finito per ricoprirgli la testa e per prolungarsi più in giù degli stivali.
- Questo gentiluomo - disse il locandiere - vuole sapere se si è visto qualcosa ai Pioppi.
- Una gnonna incappucciata con un pistrillo - disse Ikey con grande candore.
- Vuoi dire un urlo?
- No, voglio dire un volatile.
- Una donna incappucciata con un pipistrello. Povero me! L'avete mai vista?
- Ho visto il pistrillo.
- E la donna mai?
- Non tanto bene come il pipistrello, ma stanno sempre insieme.
- E nessuno ha mai visto la donna bene come il pipistrello?
- Che Dio vi benedica, signore! Tanti!
- Chi?
- Che Dio vi benedica, signore! Tanti!
- Il bottegaio di fronte che sta aprendo il negozio, per esempio?
- Chi, Perkins? Benedetto voi, Perkins non si avvicinerebbe a quel posto. No davvero! - osservò il giovane sensibile sdegnato -. Non sarà un cervello fino, non lo è proprio il nostro Perkins, ma non è mica così pazzo.
(A quel punto il locandiere bisbigliò che certamente Perkins la sapeva lunga).
- Chi è - o chi era - la donna incappucciata con il pipistrello? Lo sapete?
- Bene - disse Ikey, alzando il cappello con una mano, mentre con l'altra si grattava la testa - per lo più dicono che fu assassinata e che il pistrillo "strillava tutto il tempo".
Questo resoconto parecchio sommario fu quanto riuscii a sapere, oltre al fatto che un giovanotto, il più gagliardo e per bene di questo mondo, era stato preso da un attacco di convulsioni tale, dopo aver visto la donna incappucciata che avevano dovuto tenerlo. E poi che un individuo, vagamente descritto come "un vecchio, un vagabondo orbo da un occhio che rispondeva al nome Joby, a meno che non lo provocavate chiamandolo Uccel di Bosco, al ché lui diceva: "Ebbene? E anche se così fosse, fatevi gli affari vostri""aveva incontrato la donna incappucciata qualcosa come cinque o sei volte. Fatto sta,però, che non mi fu possibile essere materialmente assistito da quei testimoni, dato che il primo si trovava in California e il secondo, come Ikey disse (e l'albergatore confermò) era chissà dove.
Ora, nonostante che io consideri con tacito e solenne timore i misteri tenuti separati da questo piano di esistenza dalla barriera del momento fatale e del trapasso che ricade su tutto quello che è in vita; e nonostante che io non abbia l'impudenza di dare a intendere di saperne qualcosa, non mi riesce possibile conciliare semplici porte che sbattono, campanelli che suonano, assi che scricchiolano e banalità del genere, con la maestosa bellezza e l'ubiqua analogia di tutte le leggi divine che mi è dato comprendere più di quanto non ero stato capace solo poco prima di associare il contatto con gli spiriti del mio compagno di viaggio con il carro del sole nascente.
Per di più, ero già vissuto in due case infestate, tutte e due all'estero. In una, un antico palazzo italiano che aveva fama di essere infestato da spiriti veramente cattivi e che per questo motivo era stato da poco abbandonato due volte, vissi per otto mesi in modo assolutamente tranquillo e delizioso, sebbene la casa avesse una ventina di misteriose camere da letto mai utilizzate e possedesse in una grande camera, nella quale parecchie volte e a tutte le ore mi appartavo in letture e vicino alla quale dormivo, una cameretta infestata di prim'ordine. Accennai timidamente queste considerazioni al locandiere. E quanto al fatto che quella casa in particolare, avesse una cattiva reputazione, ne ragionai con lui: del fatto che tante cose non godono di buon nome senza nessun motivo, di come fosse facile spargere calunnie e se non pensasse, nel caso lui e io avessimo insistentemente mormorato nel villaggio, che un qualunque vecchio stagnino ubriacone del circondario dall'aria spiritata si era venduto al diavolo, che col passare del tempo costui sarebbe stato sospettato di quella impresa commerciale! Fu un discorso assennato che però, devo confessarlo, non ebbe nessun effetto sul locandiere e si rivelò il più completo fallimento della mia vita.
Per accorciare questa parte della storia, la casa infestata mi incuriosì ed ero già mezzo deciso a prenderla. Così, dopo colazione, ottenni le chiavi dal cognato di Perkins (un frustaio e sellaio che gestisce l'Ufficio Postale, succube di una austerissima moglie osservante del credo del Piccolo Emanuele Due Volte Secessionista) e salii alla casa accompagnato dal mio locandiere e da Ikey.
Dentro la trovai come mi ero aspettato, straordinariamente cupa. Vi fluttuavano pigre e mutevoli le ombre gettate dagli alberi folti, dolenti al massimo; la casa era male esposta, mal costruita, mal divisa e male ammobiliata. Era umida e chiazzata di marciume secco e c'era puzza di ratti: era insomma la triste vittima di quella indefinibile degradazione che assale tutto quello che è opera delle mani dell'uomo ogni volta che non sia messo a profitto. Le cucine e i servizi erano troppo grandi e troppo lontani le une dagli altri. Sia al pianterreno che al piano superiore, tra le oasi fertili delle stanze si frapponevano desolati tratti di corridoio; vicino al fondo delle scale di servizio, sotto una doppia fila di campanelli, c'era anche un vecchio pozzo ammuffito rivestito da un velo di verde, dissimulato come una trappola mortale. Uno di questi campanelli era contrassegnato in lettere sbiadite su fondo nero: SIGNORINO B. E questo, mi dissero, era il campanello che suonava di più.
- Chi era il signorino B.? - chiesi - Si sa quello che faceva quando il pipistrello strillava?
- Suonava il campanello - disse Ikey.
Fui parecchio colpito dalla pronta abilità con la quale il giovanotto lanciò il suo cappello di pelliccia sul campanello e lo fece suonare.
Era un campanello rumoroso e stridulo ed emise un suono veramente sgradevole. Gli altri campanelli erano contrassegnati con i nomi delle stanze alle quali i fili di ognuno facevano capo e cioè: "Stanza del Quadro", "Stanza Doppia", "Stanza dell'Orologio"e così via. Seguendo il filo del campanello del signorino B. fino al suo capo, scoprii che il giovane gentiluomo aveva goduto soltanto di una sistemazione mediocre, quasi una cabina triangolare di terza classe sotto la soffitta della banderuola. In un angolo c'era un camino - e il signorino B. doveva essere incredibilmente piccolo se era riuscito a scaldarsi a quel fuoco - con una mensola angolare come una scaletta a piramide che saliva fino al soffitto e sembrava fatta su misura per un piccolo come Pollicino. Tutta la tappezzeria di una parete della stanza era caduta insieme ai frammenti di intonaco che vi erano rimasti attaccati e quasi bloccava la porta. Pareva che il signorino B. nella sua condizione di spiritosi fosse fatto un dovere di tirare la carta sempre più giù. Né il locandiere né Ikey furono capaci di spiegare perché si fosse comportato come un folle.
Non feci altre scoperte, eccetto che la casa aveva in cima una soffitta di forma irregolare molto grande. L'arredamento era discreto ma ridotto all'essenziale. Parte dei mobili - un terzo diciamo - era vecchio come la casa; il resto era un miscuglio di stili dell'ultimo mezzo secolo. Per trattare la casa, mi dissero di rivolgermi a un commerciante di granaglie del mercato del capoluogo.
Andai lì il giorno stesso e affittai la casa per sei mesi.
Era giusto la metà di ottobre quando mi ci trasferii con mia sorella ancora nubile (tanto attraente, assennata e affabile che mi arrischio a darle trentotto anni). Portammo con noi uno stalliere duro d'orecchi, il mio bracco Turk, due donne di servizio e una giovane che chiamerò Stramba. Fra le persone al nostro seguito ho motivo di ricordare quest'ultima, una affiliata alle Orfanelle della Pia Unione di San Lorenzo, come un errore fatale e una assunzione disastrosa.
L'anno volgeva alla fine in anticipo, le foglie cadevano rapidamente; era una gelida giornata quando ci insediammo e la tetraggine della casa era parecchio deprimente. La cuoca (una donna amabile ma povera di spirito) scoppiò in lacrime alla vista della cucina e chiese, nel caso le fosse capitato qualcosa a causa dell'umidità, se avremmo potuto spedire il suo orologio d'argento alla sorella (2, Tuppinstock's Gardens, Liggs's Walk, Clapham Rise). Streaker, la cameriera, fingeva di essere allegra ma si sentiva vittima più di tutti. Soltanto la Stramba, che non aveva mai vissuto in campagna, era soddisfatta e manifestò l'intenzione di seminare una ghianda in giardino vicino alla finestra del retrocucina e di tirar su una quercia. Prima di sera affrontammo tutte le miserie naturali - uso questo termine per distinguerle da quelle soprannaturali - relative alla nostra condizione. Bollettini scoraggianti salivano (come volute di fumo) dallo scantinato e si riversavano nelle stanze del piano superiore. In casa non c'era niente, né mattarello, né salamandre (il che non mi sorprese perché non so cosa sono) e quello che c'era era rotto: gli ultimi inquilini dovevano aver vissuto come porci, con che razza di intenzioni il proprietario l'aveva affittata? In mezzo a queste pene la Stramba fu allegra ed esemplare. Ma quattro ore dopo che si era fatto buio il soprannaturale era già di casa; la Stramba aveva visto "occhi" ed era in preda a una crisi di nervi.
Mia sorella e io avevamo stabilito di tenere segreta la faccenda dei fantasmi e io avevo e  ho ancora l'impressione di non aver mai lasciato Ikey solo con le donne quando mi aiutava a scaricare il carro, con nessuna di loro neppure per un minuto. Nonostante questo, come ho detto, la Stramba aveva "visto occhi" (non si riuscì mai a tirarle fuori nessun particolare) prima delle nove e per le dieci le era stato applicato tanto aceto quanto ne serve per mettere in salamoia un salmone bello grosso.
Lascio giudicare al pubblico dei sagaci lettori quali furono i miei sentimenti, quando in queste sinistre circostanze verso le dieci e mezzo il campanello del signorino B. prese a suonare come una furia e Turk prese a ululare fino a che la casa risuonò dei suoi guaiti.
Spero di non dovermi mai più trovare in uno stato d'animo così poco cristiano, con tutto il rispetto per la memoria del signorino B., come fu la condizione mentale in cui vissi per alcune settimane. Se il suo campanello fosse suonato dai ratti, dai topi, dai pipistrelli, dal vento o da qualche altra accidentale vibrazione; se certe volte per un motivo, certe per un altro, e certe volte per collusione davvero non saprei dirlo; è sicuro però che suonava due notti su tre, fino a quando non ebbi la felice idea di torcere il collo al signorino B. - in altre parole di staccare di netto il suo campanello - e di ridurre al silenzio per sempre, in base alla mia esperienza e alle mie convinzioni, il giovane.
Ma già a quel tempo la Stramba aveva tanto perfezionato la sua abilità di sprofondare in catalessi da proporsi come fulgido esempio di quell'inopportuno disturbo. Si irrigidiva per i motivi più futili come un Guy Fawkes sprovvisto di raziocinio. Parlavo allora ai domestici con fredde argomentazioni, ricordavo loro che avevo ridipinto la stanza del signorino B. e bloccato la carta, avevo staccato il campanello e bloccato lo scampanellio, e se loro arrivavano a immaginare che quel balordo di ragazzo era vissuto e morto solo per tenere un comportamento non migliore di quello che nel nostro imperfetto stato attuale l'avrebbe senza dubbio messo in grande intimità con le particelle più pungenti di una bacchetta di betulla, bene, come riuscivano allora a spiegarsi che un modesto mortale quale io ero fosse in grado con quei meschini espedienti di contrastare e contenere i poteri degli spiriti incorporei dei morti o degli spiriti in generale? Confesso che diventavo retorico e convincente, per non dire piuttosto compiaciuto di questo mio argomentare, quando ecco che avevo sprecato il fiato per niente, poiché la Stramba di colpo si irrigidiva dalla punta dei piedi in su e ci fissava sbarrando gli occhi come una statua di chiesa.
Anche Streaker, la cameriera, aveva una caratteristica davvero sconcertante. Non sono in grado di dire se fosse di temperamento troppo linfatico o di quale altro inconveniente soffrisse, ma la giovane diventò una vera e propria distilleria per la produzione delle lacrime più copiose e trasparenti che io abbia mai visto. Oltre a queste due particolarità, quei suoi prodotti avevano una presa così tenace e particolare che non cadevano, ma le restavano appesi alle guance e al naso. In questo stato e mentre scuoteva mitemente la testa in segno di deplorazione, il suo silenzio mi faceva più pena che vedere l'eccellente Crichton azzuffarsi a parole per la proprietà di un borsellino. Anche la cuoca riusciva a farmi sentire coperto di imbarazzo come di un vestito e concludeva seccamente il colloquio con la rimostranza che la "chesa" la stava consumando a poco a poco e ripeteva sommessa le sue ultime volontà circa il famoso orologio d'argento.
Quanto alla nostra vita notturna, il contagio del sospetto e della paura era tra noie un contagio del genere a cielo aperto non lo trovi proprio. Una donna incappucciata? Stando ai resoconti, eravamo in un vero e proprio convento di donne incappucciate. Rumori? Con quel contagio a pianterreno, io stesso mi ero seduto nel tetro salotto ed ero rimasto in ascolto fino a quando non avevo sentito così tanti e strani rumori, che mi si sarebbe raggelato il sangue se non l'avessi riscaldato precipitandomi fuori per scoprirne l'origine. Provate una cosa del genere a letto a notte fonda; provatela mentre sedete comodo vicino al caminetto nel cuore della notte. Solo che lo vogliate, potete riempire qualunque casa di rumori, fino ad averne uno per ogni fibra del vostro sistema nervoso.
Ripeto: il contagio del sospetto e della paura era tra noie un contagio del genere a cielo aperto non lo trovi proprio. Le donne (i cui nasi erano cronicamente scorticati a forza di inalare sali) erano sempre prontissime sul grilletto, innescate e caricate per far partire uno svenimento. Le due più anziane riservavano alla Stramba le spedizioni considerate più rischiose e lei puntualmente confermava la reputazione di quelle avventure tornando indietro catalettica. Se la cuoca o Streaker si ritiravano di sopra a notte fonda, già sapevamo che di lì a poco avremmo sentito un botto sul soffitto: il che regolarmente succedeva ed era come se un uomo battagliero si aggirasse per la casa, somministrando un tocco della sua arte, chiamata a quanto mi risulta l'Arte del Banditore d'Asta a ogni domestico che incontrava.
Tutto risultò inutile. Inutile spaventarsi per un pipistrello vero in carne e ossa per una volta e poi mostrare il pipistrello. Inutile accorgersi , suonando per caso un'aria stonata al piano, che Turk abbaiava a note e combinazioni particolari. Inutile fare il Rodomonte con i campanelli, e se un disgraziato campanello si metteva a suonare senza posa staccarlo inesorabilmente e metterlo a tacere. Inutile accendere i caminetti, buttare torce nel pozzo, irrompere con irruenza nelle stanze e negli angoli sospetti. Sostituimmo la servitù e le cose non migliorarono. I nuovi venuti se la diedero a gambe, arrivò una terza squadra e le cose non migliorarono. Alla fine la nostra comoda vita domestica diventò così caotica e infelice che una sera avvilito dissi a mia sorella: - Patty, comincio a disperare di trovare persone che possano convivere con noi in questo posto e penso che dovremmo arrenderci.
Mia sorella, che è una donna assai energica, rispose: - No, John, non arrenderti. Non darti per vinto, John. Un'altra via c'è.
- E qual è? - dissi.
- John - ribatté mia sorella - se non vogliamo farci cacciare da questa casa, e questo non deve accadere per nessuna ragione al mondo che non sia evidente a te o a me, dobbiamo rimboccarci la maniche e prendere la casa interamente e soltanto sulle nostre spalle.
- Ma la servitù... - dissi.
- Faremo a meno della servitù - disse baldanzosa mia sorella.
Come la maggior parte di quelli del mio rango, non avevo mai pensato alla possibilità di tirare avanti senza quei devoti pesi morti. L'idea mi risultò così nuova quando mi fu suggerita, che mi mostrai molto scettico.
- Abbiamo la prova che arrivano qui per spaventarsi e contagiarsi gli uni con gli altri e che poi davvero si spaventano e si contagiano l'uno con l'altro - disse mia sorella.
- Con l'eccezione di Bottles - osservai in tono meditativo.
(Lo stalliere duro d'orecchi. L'avevo preso e ancora lo tenevo al mio servizio, perché era un fenomeno di musoneria difficile da eguagliare in tutta l'Inghilterra).
- Certo, John - assentì mia sorella -; con l'eccezione di Bottles.
E questo cosa prova? Bottles non rivolge la parola a nessuno e non sente nessuno, a meno che uno non urli a squarciagola e che allarme ha mai dato o sentito Bottles? Nessuno.
Era completamente vero. L'individuo in questione, infattio, gni sera alle dieci in punto si era ritirato nella sua stanza, posta proprio sopra la rimessa della carrozza, con nessun'altra compagnia che un forcone e un secchio d'acqua. Che il secchio d'acqua ci sarebbe caduto addosso e che il forcone mi avrebbe passato da parte a parte se dopo quell'ora mi fossi trovato nei paraggi di Bottles senza preavviso, me l'ero cacciato bene in testa come un fatto degno di essere ricordato.
Né Bottles si era mai minimamente accorto di nessuno dei nostri soliti trambusti. Imperturbabile e silenzioso, era rimasto seduto davanti alla sua cena e mentre Streaker giaceva nel bel mezzo di uno svenimento e la Stramba era dura e fredda come il marmo, lui si limitava a infilare un'altra patata nella guancia, o approfittando dell'infelicità generale a servirsi un'altra porzione di pasticcio di manzo.
- E così - continuò mia sorella - risparmio Bottles. E considerando, John, che la casa è troppo grande e forse troppo triste perché alla sua manutenzione possiamo bastare Bottles, tu e io, propongo di darci da fare tra i nostri amici e raccoglierne un certo numero, selezionati tra i più fidati e ben disposti, fondare qui una comunità per tre mesi, badare a noi stessi e gli uni agli altri, vivere in allegria e solidarietà e vedere quello che succede.
Ero così incantato da mia sorella che l'abbracciai immediatamente e mi dedicai al suo progetto con grande entusiasmo.
Eravamo nella terza settimana di novembre; fummo però così veloci nei preparativi e così bene assecondati dagli amici in cui avevamo confidato, che mancava ancora una settimana alla fine del mese quando tutta la nostra comitiva arrivò puntuale e allegra e si riunì nella casa infestata.
Ricorderò a questo punto due piccole modifiche che apportai quando io e mia sorella eravamo ancora soli. Mi venne in mente come non del tutto improbabile, che il motivo per cui Turk abbaiava di notte quando si trovava in casa fosse perché desiderava uscirne; lo rinchiusi allora nel recinto esterno, ma slegato e avvertii giù al villaggio che chiunque si fosse aggirato nei suoi paraggi non avrebbe dovuto aspettarsi di andarsene senza uno squarcio in gola. Chiesi poi casualmente a Ikey se si intendesse di armi. In seguito alla sua risposta: "Sì signore, so riconoscere una buona arma quando la vedo", gli chiesi il favore di salire su in casa e dare un'occhiata alla mia.
- Quella sì che è un'arma coi fiocchi, signore - disse Ikey dopo aver esaminato un fucile a doppia canna che avevo acquistato a New York qualche anno fa -. Non ci sono dubbi , signore.
- Ikey - dissi -non farne parola con nessuno, ma ho visto qualcosa in questa casa.
- Davvero signore? - sussurrò, spalancando avidamente gli occhi -.La donna incappucciata, signore?
- Non ti spaventare - dissi - Era una figura abbastanza simile alla tua.
- Dio mio, signore!
- Ikey – dissi, stringendogli la mano cordialmente: affettuosamente, se è lecito dirlo - se c'è qualcosa di vero in queste storie di fantasmi, il migliore servizio che posso renderti è di impallinare quella figura. E ti prometto, per dio, che lo farò con quest'arma se la vedrò un'altra volta.
Il giovanotto mi ringraziò e si congedò un po' troppo in fretta, dopo aver rifiutato un bicchierino di liquore. Gli avevo confidato il mio segreto perché non lo avevo mai dimenticato nell'atto di lanciare il suo berretto contro il campanello; e in un'altra occasione, avevo notato qualcosa di molto simile a un berretto di pelliccia in terra, non lontano dal campanello,  una notte che questo aveva preso improvvisamente a suonare. Avevo inoltre osservato che i fenomeni si moltiplicavano ogni volta che lui saliva alla casa di sera per rincuorare i domestici. Concedetemi di non fare a Ikey nessun torto.
Era terrorizzato dalla casa e credeva che ci fossero i fantasmi; nonostante questo è indubbio che simulasse falsi fenomeni appena ne aveva occasione. Completamente simile era il caso di Stramba. Costei si muoveva nella casa in uno stato di genuino terrore e tuttavia mentiva spudoratamente e di proposito, si inventava molti degli allarmi che lanciava e produceva lei molti dei rumori che sentivamo.
Lo so perché li avevo tenuti d'occhio tutti e due. Non è necessario che io renda conto qui di questa irragionevole disposizione mentale; mi basta rilevare che è risaputa da ogni persona intelligente con una qualche pratica medica, legale o con altre esperienze di osservazione; e è una condizione mentale ben individuata e assai comune fra quelle conosciute alla scienza. E in faccende di questo genere è uno dei primi elementi di cui sospettare e da indagare scrupolosamente e distinguere, preferendoli ad altri.
Ma torniamo alla nostra comitiva. La prima cosa che facemmo quando fummo tutti riuniti insieme fu tirare a sorte per l'assegnazione delle camere. Fatto questo e dopo che tutta la compagnia ebbe esaminato minuziosamente ogni camera, e a dire il vero l'intera casa, ci dividemmo le varie incombenze domestiche come se fossimo stati una carovana di zingari, l'equipaggio di un veliero, una squadra di cacciatori o un gruppo di naufraghi. Dopo di che io riferii le voci ricorrenti della donna incappucciata, il pipistrello e il signorino B. e le altre ancora più vaghe che si erano diffuse durante la nostra permanenza su un ridicolo vecchio fantasma di sesso femminile che andava su e giù trasportando il fantasma di un tavolo rotondo e perfino su uno stupido asino tanto impalpabile che nessuno era riuscito ad acchiapparlo. Alcune di queste idee credo davvero che i nostri subordinati se le fossero trasmesse gli uni agli altri in maniera in certo qual modo morbosa, senza formularle a parole. Ci giurammo allora l'un l'altro che non eravamo arrivati fin lì per farci imbrogliare o imbrogliare - che ritenemmo essere più o meno la stessa cosa - e che con profondo senso di responsabilità ci saremmo comportati con perfetta, reciproca lealtà e avremmo rigorosamente perseguito il vero. Si stabilì di comune accordo che chiunque avesse sentito strani rumori durante la notte e avesse voluto accertarsi della loro provenienza, avrebbe dovuto bussare alla mia porta; stabilimmo infine che la vigilia dell'Epifania, l'ultima del santo Natale, tutte le esperienze vissute da ognuno di noi dal momento preciso in cui ci eravamo riuniti nella casa infestata fino a quel giorno, sarebbero state rivelate a beneficio di tutti. Prima di allora ci saremmo astenuti dal parlarne e avremmo violato la consegna del silenzio solo se costretti da qualche evento eccezionale.
Eravamo i seguenti per numero e persone.
Per cominciare - così ci togliamo subito di mezzo - c'eravamo mia sorella e io. Nell'estrazione a sorte a mia sorella capitò la sua stanza e a me quella del signorino B. C'era poi il nostro cugino di primo grado John Herschel, al quale era stato imposto il nome del grande astronomo: non penso che ci sia un uomo migliore di lui davanti a un telescopio sulla faccia della Terra. Lo accompagnava sua moglie, una creatura affascinante alla quale si era unito in matrimonio la primavera precedente. Ritenni (date le circostanze) piuttosto imprudente da parte sua averla portata con sé, poiché non si sa proprio che cosa un falso allarme possa provocare in certi momenti: ma penso che sapesse perfettamente il fatto suo e devo confessare che se lei fosse stata MIA moglie mai sarei riuscito a separarmi dal suo tenero e luminoso volto. A loro capitò la Stanza dell'Orologio. Alfred Starlingun, giovane di ventotto anni straordinariamente gioviale, per il quale nutro la più profonda simpatia, si ritrovò nella Stanza Doppia, quella solitamente occupata da me e così chiamata perché disponeva di uno spogliatoio interno con due finestre grandi e ingombranti che nessuna delle zeppe da me fabbricate riuscì mai a impedire di sbattere con ogni tempo, ci fosse o non ci fosse vento.
Alfred è un giovane che si vanta di essere un "libertino" (un altro modo di dire "immorale", se capisco il significato del termine) ma è troppo onesto e assennato per certe sciocchezze e avrebbe già trovato il modo per distinguersi per le sue qualità se il padre non gli avesse lasciato una piccola rendita di duecento sterline l'anno, grazie alla quale la sua sola occupazione nella vita è spenderne seicento. Spero tuttavia che il suo banchiere fallisca o che egli si avventuri in qualche speculazione che garantisca una resa del venti per cento; poiché sono convinto che se solo potesse essere rovinato, ebbene la sua fortuna sarebbe fatta. Belinda Bates, intima amica di mia sorella e ragazza coltissima, amabilissima e deliziosa, ebbe in sorte la Stanza del Quadro. Aveva uno spiccato talento per la poesia ,unito a una passione davvero professionale o "un pallino" - per usare un'espressione di Alfred - per il destino della Donna, i diritti della Donna, i torti subiti dalla Donna e per tutto quello che è Donna con la lettera maiuscola che non è e dovrebbe essere o che è e non dovrebbe essere della Donna.
- E' assolutamente encomiabile, mia cara , e il cielo vi assista! - le sussurrai la prima notte sulla soglia della Stanza del Quadro al momento di congedarmi da lei - ma non esagerate; e quanto alla grande necessità, mia cara, di più opportunità di impiego per la Donna di quante la nostra civiltà non le abbia già garantito, non prendetevela con quegli sventurati degli uomini, nemmeno con quelli che di primo acchito sembrano contrastare la vostra causa come se fossero i naturali oppressori del vostro sesso; poiché, ascoltatemi Belinda, costoro a volte spendono tutto quello che guadagnano tra mogli e figli, sorelle e madri, zie e nonne. La partita non è tra il Lupo e Cappuccetto Rosso, no davvero, ci sono altre parti in gioco -.
Ma stavo divagando.
Belinda, come ho detto, occupò la Stanza del Quadro; restavano solo tre camere: la Stanza ad Angolo, la Stanza della Credenza e la Stanza del Giardino. Il mio vecchio amico Jack Governor "appese l'amaca"come egli disse, nella Stanza ad Angolo. Ho sempre considerato Jack il più attraente marinaio che abbia solcato i mari. Oggi ha i capelli grigima è bello com'era un quarto di secolo fa; anzi ancora più bello. La figura imponente, gioiosa e armonica di un uomo dalle larghe spalle con un sorriso schietto, scintillanti occhi neri e generose sopracciglia nere. Le ricordo sotto capelli ancora più scuri e guadagnano in bellezza incorniciate d'argento. Ovunque sventoli lo Union dallo stesso nome, lì il nostro Jack è stato, e ho incontrato suoi vecchi compagni di bordo qua e là nel Mediterraneo o sull'altra sponda dell'Atlantico, che sentendo casualmente pronunciare il suo nome si illuminavano in volto di un raggiante sorriso ed esclamavano: - Conoscete Jack Governor? Allora conoscete un vero principe! -.
Ecco cos'è! E' un ufficiale di marina in modo tanto inequivocabile che se vi capitasse di incontrarlo mentre sbuca fuori da un igloo eschimese coperto da una pelle di foca, sareste inspiegabilmente portato a credere che indossa l'alta uniforme della marina.
Un tempo Jack aveva messo i suoi occhi limpidi e lucenti addosso a mia sorella; poi però capitò che prese in moglie un'altra signora e la portò in Sudamerica, dove lei morì. Succedeva una dozzina di anni fa, o forse più. Portò con sé nella nostra casa dei fantasmi un barile di carne salata di manzo, dato che è convinto da sempre che tutto il manzo salato non messo in salamoia da lui stesso è solo carne putrefatta e non manca una volta, quando va a Londra, di infilarne un cartoccio nel suo baule. Aveva inoltre arruolato come volontario un tale "Nat Beaver", suo vecchio camerata, capitano di una nave mercantile. Il signor Beaver, tozzo e legnoso in faccia e nella figura e chiaramente robusto come un tronco in tutto il corposi dimostrò un uomo intelligente con un mare di esperienze acquatiche e di tantissime cognizioni pratiche. Manifestava a volte un curioso nervosismo: erano evidentemente i postumi di un qualche vecchio malanno, ma raramente durava più di qualche minuto. Ebbe la Stanza della Credenza vicino a quella del signor Undery, mio amico e avvocato: il quale era giunto fin lì con la determinazione propria del dilettante"deciso ad andare fino in fondo"come diceva; giocava a whist meglio dell'intero Annuario di Giurisprudenza dal primo nome in testa al volumone rosso fino all'ultimo.
Mai fui più felice in vita mia e credo che tra noi questo fosse il sentimento generale. Jack Governor,da sempre uomo di sorprendente ingegno, faceva da capocuoco e in questa veste preparò alcuni dei piatti migliori che io abbia mai mangiato in vita mia, comprese certe ineguagliabili pietanze al curry. Mia sorella era addetta alla preparazione dei dolci e delle confetture. Starling e io a turno facevamo da sottocuochi e in occasioni speciali il capocuoco "arruolava forzatamente" il signor Beaver. Ci concedemmo parecchio sport ed esercizio fisico all'aperto, ma niente all'interno fu trascurato né nacquero screzi o malintesi tra noi; le nostre serate furono così piacevoli che avevamo almeno una buona ragione per non volere andare a letto.
All'inizio ci furono alcuni allarmi notturni. La prima notte fui svegliato da Jack che bussava alla mia porta; tenendo in mano una stupenda lanterna da nave, che ricordava le branchie di un mostro degli abissi, mi informò che sarebbe salito "in coffa su alla formaggetta dell'albero di maestra" per tirare giù la banderuola. Era una notte di tempesta e io protestai; Jack però mi fece notare che quel congegno produceva un suono simile a un grido di disperazione e sostenne che se quell'operazione non fosse stata eseguita, tra non molto qualcuno avrebbe "gridato al fantasma". Salimmo dunque sul tetto della casa, dove a causa del vento riuscivo a malapena a reggermi in piedi in compagnia del signor Beaver; e lì Jack si arrampicò, lanterna e tutto il resto, seguito dal signor Beaver, sulla cima di un cupolino una mezza dozzina di piedi più su dei camini, senza appoggiarsi a niente di particolare in tutta calma e si mise a menare colpi alla banderuola finché tutti e due entrarono in sintonia così perfetta con il vento e l'altitudine che pensai non sarebbero più discesi. Un'altra notte si alzarono nuovamente dal letto e staccarono il fumaiolo di un comignolo. Un'altra notte troncarono un condotto dell'acqua che fiottava e gorgogliava. Un'altra notte scoprirono qualcos'altro ancora. In più di un'occasione tutti e due con tutta la calma di questo mondo, si calarono dalle finestre delle rispettive camere avvolti nei copriletto per "doppiare" qualcosa di misterioso in giardino.
Il patto tra noi fu scrupolosamente osservato e nessuno rivelò nulla.
Tutto quello che sapevamo era che se la stanza di qualcuno era infestata nessuno apparentemente dava segno per questo di soffrirne.

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