I Ratti Nei Muri di Howard Phillips Lovecraft

Ad un certo punto dovetti scivolare nel sonno, poiché rammento la distinta sensazione di essermi risvegliato da strani sogni nel momento in cui il gatto balzò di soprassalto dalla sua placida posizione.
Lo scorsi nel fioco bagliore dell'aurora: la testa protesa in avanti, le zampe anteriori piantate sulle mie caviglie e quelle posteriori tese all'indietro.
Fissava intensamente un punto sulla parete, un po' a destra della finestra; un punto che ai miei occhi non mostrava nulla di straordinario, ma sul quale concentrai il massimo della mia attenzione.
E, mentre continuavo a fissarlo, mi accorsi che l'agitazione di Nigger-Man non era ingiustificata.
Non so dire se l'arazzo si muovesse per davvero, ma penso di sì, sia pure molto leggermente.
Potrei giurare, invece, di aver sentito un tramestio di sorci o ratti provenire da dietro l'arazzo.
In un baleno, il gatto si lanciò  sul rivestimento di stoffa facendone cadere una parte col peso del proprio corpo, e rivelando così un tratto dell'antica e umida parete di pietra restaurata qua e là  dagli operai, ma assolutamente priva di roditori.
Il gatto prese ad andare avanti e indietro lungo quel tratto di muro, artigliando l'arazzo caduto e cercando ogni tanto di infilare una zampa tra la parete e il pavimento di quercia.
Non trovò nulla e, dopo un po', ritornò stancamente ai miei piedi.

disegno di Lee Elias da Black Cat n° 49, 1954

Ormai non c'erano dubbi: il rumore che sentivo era il diabolico zampettare di quei ratti figli del demonio, sempre alla ricerca di nuovi orrori, e decisi a condurmi attraverso quelle lugubri caverne sino alle fosse al centro della terra, dove Nyarlathotep, il folle dio senza volto, urla cieco nelle tenebre alle note lamentose di due amorfi e idioti suonatori di flauto. 
La torcia si spense, ma continuai a correre. 
Udivo voci, miagolii, echi e, su tutto, l'empio, insidioso trapestio che si levava a poco a poco, e si alzava sempre più, come un cadavere rigonfio pian piano affiora da un fiume melmoso che scorre sotto infiniti ponti d'onice verso un nero putrido mare. 
Fui urtato da qualcosa... qualcosa di grasso e molle. 
Dovevano essere i ratti, quel viscido, vorace esercito peloso, che banchettava sui morti e sui vivi... Perché i ratti non dovrebbero divorare un de la Poer, così come un de la Poer divora un turpe pasto? La guerra ha divorato mio figlio, che siano tutti dannati... e i Nordisti divorarono Carfax col fuoco, e arsero il vecchio Delapore col suo segreto... No, no, vi dico, non sono io l'infernale porcaro nella grotta in penombra! E il volto che riconobbi su quel flaccido essere fungoso non era quello di Edward Norrys! Chi dice che io sia un de la Poer? Lui è sopravvissuto, ma il mio ragazzo è morto!... Un Norrys deve godersi le terre dei de la Poer?... Questo è vudù, vi dico... Il Serpente Maculato... Maledetto Thornton, ti insegno io a svenire di fronte a quel che ha fatto la mia famiglia!... Maledette bestie schifose, vi insegno io come si fa a... Mi resistete,  maledetti... Magna Mater! Magna Mater!... Atys... Dia ad aghaidh's ad aodann...  agus bas dunach ort!... Dhonas's dholas ort, agus leatsa!... Ungl...  ungl... rrrlh... chchch... E ciò  che dicevo, secondo loro, quando mi trovarono tre ore dopo, rannicchiato nell'oscurità sul cadavere grassoccio e semi-divorato del capitano Norrys, col gatto, avventatosi contro di me, che mi stava dilaniando la gola.
Howard Phillips Lovecraft

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